« Se dovessi cadere lasciate che il mio sacrificio, come quello di tanti altri Martiri, rappresenti semplicemente il pegno della nostra rinascita. La tragedia dell'Italia vorrà forse il mio sangue? Io l'offro con l'impeto della mia fede. Lasciate che sgorghi senza equivalente, senza rappresaglie e senza vendetta. Così soltanto sarà caro e fecondo per la mia patria: dono e non danno, atto d'amore e non fomite d'odio, necessità di dolore e non veicolo di disunione maggiore. »

(Aldo Resega nel suo testamento spirituale)

lunedì 28 agosto 2017

dal periodico della BN A.Resega

DAL MANIFESTO PUBBLICATO DOPO L’ UCCISIONE DI ALDO RESEGA DALLA FEDERAZIONE DEL FASCIO REPUBBLICANO  E DAL PODESTA’ DI MILANO . TALI RILIEVI SI RIFERISCONO AL TESTAMENTO SPIRITUALE  CHE IL RESEGA HA SCRITTO NELLA CALMA DELLA TRAGICA ATTESA

“…In esecuzione dell’ ordine datoci da Aldo Resega nel suo testamento spirituale, nessuna rappresaglia sarà compiuta….La generosità di Aldo Resega, nato dal popolo e vissuto fra il popolo, aveva impedito finora che le conseguenze di atti inconsulti ricadessero sulla popolazione  e noi rispettiamo ancora la sua volontà: non per debolezza, ma per senso di disciplina e di rispetto…”

“…Milanesi, dinanzi a questi truci episodi il nostro dovere è quello di cementare gli spiriti coraggiosi e indipendenti nella concordia cittadina e nazionale e nella fede dell’ avvenire.”

“Non rappresaglie individuali non acrimonie, ma disciplina, costanza e fiducia nello Stato che esprime, attraverso la sua forte e serena giustizia, la volontà di rinascita del popolo nostro, non vinto e non vile.” 

Aldo Resega partecipò alla prima guerra mondiale come ufficiale di fanteria degli Arditi. Entrò nel PNF come squadrista volontario. Nel 1936 prese parte alla guerra d'Etiopia come comandante di una compagnia di Arditi della divisione Tevere.
Durante la seconda guerra mondiale partecipò alle operazioni sul fronte greco-albanese, in Croazia e in Dalmazia, nonché sul fronte occidentale.
Invalido di guerra e cinque volte decorato al valore militare il 5 giugno 1943 fu nominato ispettore federale del PNF a Milano e, dopo la caduta di Mussolini, a metà Settembre 1943 costituì la sezione milanese del Partito Fascista Repubblicano divenendone il federale
Aldo Resega nei tre mesi in cui fu capo del fascismo milanese si impegnò per mantenere uno stato di relativa normalità nella popolazione cittadina. Quando il 7 novembre i partigiani misero in atto una serie di attentati contro obiettivi fascisti intervenne da una parte presso il comando tedesco per impedire la rappresaglia che stava per esser compiuta.
Resega fu ucciso da un commando dei Gruppi di Azione Patriottica la mattina del 18 dicembre 1943.
Con il nome di Aldo Resega fu poi chiamata una Brigata Nera mobile, che durante la guerra pubblicò anche un settimanale.





MILANO APRILE 1945 AL CENTRO IL MAGGIORE RENATO VITALI VICECOMANDANTE DELLA B. N. “ALDO RESEGA” CHE VENNE UCCISO NELLA PERIFERIA DI MILANO IL 25 APRILE 1945 CON AL SUO FIANCO PAVOLINI E IL MINISTRO MEZZASOMA, IL CAPITANO UGO MORSELLI DELLA B.N. “ALDO RESEGA, IL CAPITANO ATTILIO MOLTENI DELLA B.N. “ALDO RESEGA” E ULTIMO A DESTRA DI PROFILO IL FEDERALE VINCENZO COSTA

MILANO MARZO 1945 - SFILATA DELLA BRIGATA

Allo scoppio della prima guerra mondiale Arnaldo Resega aveva solo 19 anni. Essendosi distinto per capacità e meriti,  dopo un anno come soldato semplice e il superamento di un corso per ufficiali, gli viene affidata una neo costituita  compagnia di militari scelti del corpo dei reparti d’assalto, gli Arditi. Divennero presto fra i soldati più temuti dal  nemico, vocati come erano alle più spericolate imprese, ornati di fez e mostrine ed armati di pugnale e bombe a mano.
Resega guidò i suoi uomini nelle più aspre battaglie sul Carso, a Gorizia, a Caporetto; un gruppo ristretto di suoi  uomini, Arditi nuotatori, passò alla storia col nome di “Caimani del Piave”. Nuotavano sotto il pelo dell’acqua,  mimetizzati con ciuffi d’erba proteggendo il corpo dal freddo con mistura di grasso. Si infilavano nelle linee nemiche  compiendo sabotaggi e perlustrazioni. Fu il primo degli ufficiali degli Arditi ad attraversare il Piave nell’ottobre 1918.
Arrivato sull’altra riva si riempì una tasca della giubba di terra italiana poco prima calpestata dal nemico. Conservò  quella terra in un barattolo, in casa, come un trofeo. Alla fine della prima guerra mondiale il petto di Aldo Resega si  fregiava di due distintivi di ferita, due medaglie d’argento, due medaglie di bronzo, una croce di guerra al valore  militare ed una promozione per meriti di guerra. Aveva 22 anni.
Congedato torna alla vita civile, fin quando reagisce ai tentativi dei social comunisti di importare la rivoluzione  d’ottobre aderendo ai Fasci di Combattimento, divenendo comandante di una squadra d’azione. Partecipa alla Marcia su  Roma e si arruola nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Segue la vita del Partito Nazionale Fascista da  una posizione di rilievo ma senza mire di carriera politica. Risponde volontario all’appello del 1935 per la guerra  d’Africa, ed ancora al comando di un reparto d’assalto si guadagna la terza medaglia d’argento.
Alle prime avvisaglie della seconda guerra mondiale ottiene il comando di un battaglione di Camicie Nere col quale  prende parte alle operazioni sul fronte francese, successivamente su quello greco e nei Balcani. Un aneddoto su tutti  delinea il profilo del Comandante: in Croazia, dopo due giorni e due notti di combattimenti e marce, concede ai suoi  uomini dodici ore di sonno, ma suonata la sveglia nessuno si muove. Comprende; decide di lasciarli riposare altre 6 ore.
Suonata la seconda sveglia, ancora nessuno si muove. Resega non ci pensa troppo; esce dalla sua tenda con alcune  bombe a mano e le lancia in mezzo al campo. Dopo pochi minuti il battaglione è schierato per l’appello.
Dopo l’8 settembre 1943 viene nominato commissario Federale del Fascio milanese. La mossa di Mussolini era chiara;  Resega aveva fama fra i milanesi di essere un uomo retto e moderato, coraggioso ma non fanatico, fermo ma non  estremista. A lui la responsabilità di non lasciare scivolare Milano nel vortice della guerra civile, della rappresaglia, e  mantenere il più normale possibile la vita della popolazione civile sotto i pesanti bombardamenti angloamericani.
A riprova della fiducia riposta dai milanesi in Resega, alla fine di ottobre 1943 gli iscritti al Fascio Repubblicano  milanese superano i 40mila. Sotto la sua guida, a Milano continuarono a lavorare in condizioni di quasi normalità gli
ospedali, le scuole ed altri uffici pubblici e nei negozi gli approvvigionamenti tornarono a livelli migliori di quelli  antecedenti l’8 settembre.
Ma l’opposizione, il partito comunista fiancheggiato dagli angloamericani, aveva bisogno che il clima degenerasse per  segnare la caduta definitiva delle forze sane italiane ed europee. Aumentarono in maniera esponenziale attentati ed uccisioni ai danni dei fascisti.
Il 17 dicembre 1943 furono esposte al cordoglio della popolazione le salme di due fascisti uccisi poche ore prima;  parlando con Costa, così commentò Resega “Non c’è due senza tre, chi domani sarà il terzo?”
Sarebbe stato lui. Fu ucciso a pochi passi dalla porta di casa in un attentato gappista, mentre era intento a prendere il  tram per andare al lavoro. Il giorno dopo, anche il corteo funebre intervenuto alle esequie fu attaccato dai “Gruppi di  Azione Patriottica”. Le cattive abitudine, si sa, son difficili da perdere.
Sarà il suo testamento a lasciare definitivamente nella vergogna chi in un vile attentato ha ucciso l’Eroe di molte guerre:  “Se dovessi cadere lasciate che il mio sacrificio, come quello di tanti altri Martiri, rappresenti semplicemente il pegno  della nostra rinascita. La tragedia dell'Italia vorrà forse il mio sangue? Io l'offro con l'impeto della mia fede. Lasciate  che sgorghi senza equivalente, senza rappresaglie e senza vendetta. Così soltanto sarà caro e fecondo per la mia patria:  dono e non danno, atto d'amore e non fomite d'odio, necessità di dolore e non veicolo di disunione maggiore.”
Aldo Resega riposa nel campo dieci del cimitero maggiore di Milano, insieme ai suoi camerati.
Aldo Resega, se Campo Dieci è chiamato Campo dell’Onore,  anche alla tua condotta e alle medaglie del tuo petto è dovuto.
E se l’Onore può essere insegnato,  in meditazione sulla tua tomba lo insegneremo.
Un fiore dopo l’altro, un pomeriggio dopo l’altro, sulla terra del campo dieci.


L'UCCISIONE DI ALDO RESEGA
La lunga serie di uccisioni in qui giorni di fascisti ad opera dei GAP portò all'esasperazione il fascismo milanese: ma la rappresaglia non veniva mai attuata perchè Aldo Resega capiva fin troppo bene che quello, solo quello, era il vero obiettivo dei comunisti. La direzione del PCI diede allora l'ordine di uccidere il federale di Milano. Sopprimere Resega non significava soltanto offrire una clamorosa manifestazione di quanto potessero i terroristi comunisti, ma anche scatenare, come già a Ferrara e a Firenze, gli estremisti del fascismo repubblicano. Resega venne ucciso la mattina del 18 dicembre, mentre, uscito dalla sua abitazione in via Bronzetti, stava per salire sul tram che doveva portarlo in centro. A guerra finita, apparve sull'Unità del 25 aprile 1948 il racconto di uno dei due gappisti che avevano partecipato all'eliminazione. Eccone il testo:
«La mattina del 17 dicembre 1943, secondo gli ordini ricevuti, ci siamo recati sul posto. Due di noi hanno preso il tram, altri due la bicicletta. Con loro c'era la ragazza che doveva indicarci l'uomo. Anche lei era in bicicletta. A una fermata del tram l'abbiamo vista, ferma con i nostri due compagni; lei non poteva vedere noi. C'era molta nebbia e faceva molto freddo. Ma quella mattina lui non è comparso. Lo abbiamo aspettato fino alle 9, come ci era stato ordinato, poi ce ne siamo andati. Noi non sapevamo ancora di chi si trattasse, sapevamo solo che era un'azione molto importante. La mattina dopo siamo ritornati sul posto, io e "Barbison" in tram, gli altri due in bicicletta con la ragazza.
«Siamo scesi dal tram a Porta Vittoria, e alle 7,30 eravamo sul posto. L'uomo doveva uscire da un portone di via Bronzetti per andare a prendere il tram. Davanti al portone la ragazza e il nostro comandante si sono messi a chiacchierare: quando l'uomo usciva, dovevano fare come se si salutassero, e dividersi. Io e "Barbison" ci mettemmo dietro l'edicola che c'è di faccia al Verziere: lui doveva attraversare la strada davanti a noi. Il quarto compagno stava sull'angolo di corso XXII Marzo, di copertura. lo e "Barbison" abbiamo comperato anche un giornale. lo ho comprato il Corriere, però non leggevo: primo perchè guardavo il portone, secondo perchè non avrei visto nemmeno i titoli più grossi. Pensavo solo all'azione che dovevamo fare.
«A poca distanza da noi era fermo un tipo. Io e " Barbison " abbiamo avuto lo stesso pensiero: che fosse un poliziotto in borghese. Il comandante e il compagno di copertura avevano lasciato le loro biciclette vicino all'edicola, appoggiate al marciapiede col pedale; dovevano servire a me e a " Barbison " per la ritirata. Siamo rimasti molto tempo ad aspettare. Alle 8,25 un signore è uscito dal portone. La ragazza ha dato la mano al compagno, che si è tolto il cappello: abbiamo capito che era lui. Mi sono sentito come scattare sull'attenti. Sempre con il giornale in mano ci siamo staccati dall'edicola." Barbison" aveva la rivoltella sotto il giornale, io ce l'avevo in tasca.
«Il signore si stava infilando i guanti attraversando la strada. Noi siamo scesi dal marciapiede e in pochi passi gli abbiamo tagliato la strada, ci siamo posti uno alla sua destra e l'altro alla sua sinistra. Aveva finito di infilare un guanto e cominciava a infilare l'altro, quando è giunto sull'angolo del corso. Noi eravamo a un passo da lui. Abbiamo sparato quattro colpi ciascuno; è caduto con le mani in avanti. Un attimo prima di sparare ho dato ancora un’occhiata al tipo che mi era sembrato un poliziotto, ma non si era mosso di un passo. Con due salti siamo stati in sella. La giornalaia ha poi detto che avevamo rubato due biciclette per scappare. Abbiamo pedalato in fretta per un mezzo chilometro. Poi non ce n'era più bisogno, però non abbiamo rallentato molto. Poco dopo le nove eravamo a casa del comandante. Lui e l'altro compagno di copertura erano rimasti qualche minuto a vedere come si mettevano le cose, ma non avevano certo aspettato che arrivasse la polizia. Alle dieci abbiamo saputo il nome del fascista ucciso: era Aldo Resega, il federale dei repubblichini di Milano. Allora ci siamo abbracciati quasi piangendo. L'azione era andata perfettamente».
L'uccisione di Resega, come i comunisti avevano esattamente previsto, scatenò anche il fascismo Milanese. La metropoli si riempì di uomini in armi che gridavano vendetta. Quella sera stessa un tribunale straordinario condannò a morte: il dottor Carlo Mendel, Carmine Campolongo, Fedele Cerini, l'ingegner Giovanni Cervi, Luciano Gaban, Alberto Maddalena, Antonio Maugeri, Amedeo Rossini e Giuseppe Ottolenghi già da tempo detenuti a San Vittore per attività antifascista.
I condannati, tutti assolutamente estranei all'uccisione di Resega, vennero passati per le armi la mattina dopo all'Arena.
L'uccisione di Resega e la conseguente rappresaglia costituirono per il PCI un ulteriore, decisivo passo avanti verso lo scatenamento della guerra civile. Ormai era chiaro che il piano ideato dai capi comunisti stava ottenendo pieno successo e che una sola legge avrebbe imperato da allora in poi nel territorio della RSI: quella della giungla. E in quella atmosfera avvelenata, il grande piano di riforme delineato da Mussolini non avrebbe potuto trovare più la sua completa attuazione. A sostenere l'azione dei GAP si aggiunse, in quei giorni, la Propaganda delle radio italiane controllate dagli angloamericani e specie quella di Radio Bari. L'emittente pugliese cominciò a diramare ogni giorno elenchi di fascisti, indicando, di ognuno, le abitudini, gli orari e concludendo ogni trasmissione con questo incitamento: «Uccideteli, colpiteli alle spalle, massacrateli».
La seconda quindicina di dicembre fu segnata da una serie quasi ininterrotta di uccisioni. Il 15 dicembre, ad Alessandria, i gappisti eliminarono il colonnello Salvatore Ruggero, comandante del deposito del 370 fanteria, dilaniandolo con due bombe a mano. Lo stesso giorno, a Ponzone Trivero (Vercelli), venne trucidato il segretario del fascio, Bruno Ponzecchi. Il 18, ad Ornavasso (Novara), vennero massacrati sotto gli occhi dei familiari il milite Fernando Ravani e il mutilato Augusto Cristina. Il 19, a Vicenza, tre pallottole fulminarono alle spalle il fascista Edoardo Pavin. Sempre il 19, a Seregno (Milano), toccò al capitano della GNR Antonio Giussani. Il 20, a Erba (Corno), fu la volta del fascista Germano Frigerio. Il 21 dicembre, a Castino (Cuneo), vennero trucidati il maggiore dei carabinieri Mario Testa, il capitano Antonio Corvaia, il maresciallo Sergio Gatti e il milite Andrea Torelli. Nessuna rappresaglia venne eseguita per vendicare questi caduti.


IL FUNERALE



14 OTTOBRE 1944 GARGNANO QUARTIER GENERALE DEL DUCE
COME RIPORTATO NEL GIORNALE DELLA 8^  B.N. IL 14 OTTOBRE 1944 MUSSOLINI E PAVOLINI RICEVETTERO A GARGNANO LO STATO MAGGIORE E UN NUTRITO GRUPPO DI UFFICIALI DELLA BRIGATA NERA “ALDO RESEGA”. SONO RICONOSCIBILI : 1 BENITO MUSSOLINI, 2 UGO MORELLI (Resp.le informazioni), 3 ALESSANDRO PAVOLINI, 4 ROBERTO POPPELMANN (Resp.le amministrazione), 5 OSVALDO SALA ( Aiutante magg. II Btg. "Provincia"),  6 RENATO VITALI (Com.te I Bag. "Milano"), 7 ENRICO VAGHI ( Com.te II Btg. "Provincia"), 8 VINCENZO COSTA ( Com.te della Brigata Nera), 9 GIULIO RAO-TORRES (Vice-Com.te della B.N.), 10 FERDINANDO GEMELLI (Capo di Stato Maggiore), 11 DON ANTONIO BRUZZESE ( Cappellano Militare), 12 CATERINA POZZI-TUCCI ( Com.te del Servizio Ausiliario Femm.le), 13 ATTILIO MOLTENI (Com.te del distaccamento di Seregno)


La 4^ Brigata Nera Mobile “Aldo Resega”
Venne formata a Milano nell’ottobre del ’44 quale reparto operativo dell’omonima VIII B.N. territoriale. La mobile venne immediatamente inviata con compiti di presidio e di pattugliamento all'imbocco delle Valli Maira e Varaita, incarico certo non semplice data la presenza in provincia di Cuneo delle ben organizzate formazioni partigiane di Moscatelli.
La Brigata, della forza di circa 700 uomini, era strutturata su tre compagnie più quella Comando. La 1^compagnia fu di stanza a Bernezzo, la 2^ con quella Comando a Dronero, ed infine la 3^ a Cavallermaggiore, con un grosso presidio a San Damiano Macra.
E’ più che probabile che solo pochi squadristi fossero effettivi presso la Mobile, e che la maggior parte degli appartenenti (in prevalenza della provincia di Milano) provenissero invece direttamente dalla VIII BN, alla quale, terminati i cicli operativi, vi facevano ritorno. La 4^ dipendeva operativamente dalla Divisione Granatieri “Littorio” dell’ENR, con ciò rimarcando lo spiccata funzione militare e non “politica” della formazione. La Brigata fino al 25 aprile ’45 ebbe 18 Caduti, comprendendo in tal numero anche i 5 squadristi periti nel corso di una imboscata avvenuta nei pressi di Santhià (sul ponte che attraversa il torrente Rovasenda) il giorno 29 dicembre ’44. Il numero di Caduti crebbe esponenzialmente dopo la fine del conflitto, ed anche la Mobile dovette, al pari di altre simili formazioni, pagare con un altissimo contributo di sangue, l’avere scelto la strada dell’Onore. Gli squadristi del Presidio di San Damiano vennero tutti eliminati. Il grosso del reparto riuscì invece a raggiungere la “Zona Franca” d’Ivrea e passare così in prigionia di guerra angloamericana.


MARZO 1944
B.N. Aldo Resega schierata in piazza San Sepolcro


Milano (Via Zecca Vecchia 21) posta da campo 795
Comandante Maggiore : Vincenzo Costa
Vice Comandante Maggiore : Bruno Rao-Torres
Capo di S.M. : Ten. Col. Ferdinando Gimelli ucciso 29/4/45
Amministrazione : Cap. Guglielmo Poppelman
Servizi spirituali : Ten. don Antonio Bruzzesi, cappellano
Servizio Sanitario : Maggiore Dr. Libero Mantica
Informazioni : Cap. Ugo Morelli
Armamento : Cap. Secondo Perrone
Stampa e propaganda : Cap. Gian Luigi Gatti e Ten. Lisi
Trasporti : Ten. Mario Bobba
Ufficio legale : Cap. Avv. Ascanio Votta
Vettovagliamento : Cap. Erasmo Frediano
Sevizio Ausiliarie : Ten. Pozzi Tucci , dal Novembre 45 Ten. Lydia Votta

UFFICIALI :

Magg.  Ferdinando Bossi
Magg.  Forni
Magg. Rizzieri Maiocchi
Magg. Umberto Passella
Cap. Carlo Andreoni
Cap. Miro Balestri ucciso 28/4/45
Cap. Pier Luigi Gatti
Cap. Italo Monti ucciso 13/5/45
Cap. Motta
Cap. Paolo Pedinotti ucciso 29/4/45
Cap. Cesare Pozzi ucciso 1/5/45
Cap. Cesare Torlaschi
Cap. Rodolfo Tucci ucciso Aprile 45
Ten. Enrico Gavelli ucciso 29/5/45
Ten. Adriano Gimelli
Ten. Raimondo Guidotti ucciso 28/4/45
Ten. Enotrio Mastroleonardo
Ten. Vittorio Milossovich ucciso 13/5/45
Ten. Carlo Montecamozzi
Ten. Ugo Pagani ucciso Aprile 45
Ten.  Enrico Resta ucciso ucciso Aprile 45
Ten. Aristide Sala ucciso 29/5/45
Ten. Nello Taroni ucciso Aprile 45
S. Ten. Filippo Bettinelli ucciso 28/4/45
S. Ten. Fernando Campioni ucciso 29/4/45
S. Ten. Natale Gaudenzi ucciso 29/4/45
S. Ten. Guido Mari ucciso 29/4/45


1° BTG. MILANO (VIA VALPETROSA)


Magg. Renato Vitali ucciso 25/4/45
Cap. Beretta
Cap. Giuseppe Blancato
Cap. Carlo Butti ucciso 8/5/45
Cap. Bruno Costi
Cap. Leonida Gaffotio
Cap. Mannoni
Cap. Guidoni
Cap. Mario Meola
Cap. Egidio Noia
Cap. Ettore Paracchini
Cap. Pietro Rimoldi ucciso 29/4/45
Cap. Carlo Visani Scorzi ucciso 27/4/45
Ten. Enrico Baldini
Ten. Leone Cavallo
Ten. Franco Colombo ucciso 29/4/45
Ten. Cavelli
Ten. Dall’ Orto
Ten. Angelo Galli ucciso  27/4/45
Ten. Giulio Galli
Ten. Alessandro Gasparinetti
Ten. Franco Lorefici
Ten. Gino Palazzoli
Ten. Tinti 

2° BTG. PROVINCIA (MILANO – PIAZZA SAN SEPOLCRO)


Magg. Giuovanni Vaghi fino gennaio 45
Magg. Comenico Vianello
Cap.   Francesco Arioli ucciso 28/4/45
Cap. Bruno Centazzo ucciso 30/4/45
Cap. Gaetano Ciceri
Cap. Gino Corbelli
Cap. Attilio Molteni
Cap. Mario Montagnoli ucciso 19/5/45
Cap. Cesare Muzzi ucciso 21/4/45
Cap. Osvaldo Sala ucciso 29/4/45
Cap. Cesare Torlaschi
Cap. Varisco
Ten. Vito Angelini
Ten. Giuseppe Benzoni
Ten. Gino Bollani
Ten. Benito Bollati
Ten. Bove
Ten. Nino Cantoni ucciso 29/4/45
Ten. Cenci ucciso 28/4/45
Ten. Giuseppe Colombo
Ten. Carlo Dell’ Orto ucciso 10/5/45
Ten. Fulvio Dini ucciso 29/4/45
Ten. Facchinetti
Ten. Fieschi
Ten. Lorefice
Ten. Carlo Mascherpa
Ten. Massacesi
Ten. Neranzi
Ten. Federico Pavanti ucciso 1/5/45
Ten. Pirro
Ten. Natale Pozzi ucciso 26/4/45
Ten. Ray
Ten. Enrico Resta ucciso Aprile 45
Ten. Luigi Sala ucciso 25/9/45
Ten. Arturo Sessler uccisoo 1/5/45
Ten. Solbiati
Ten. Zocchi
S. Ten. Giuseppe Battaglia


BTL: COMPLEMENTI (MONZA)
Cap. Pallavicini
Cap. Villa
RGM.SERVIZI AUSILIARI SOCCORSI (PIAZZA CORVETTO)
Coll. Campiglio
Ten. Campiglio
REPARTI IN VALTELLINA
Cap. Mario Meola
Ten. Sirio Cavallo
S. Ten. Claudio Di Mastro


MILANO 25 LUGLIO 1944 
CONSEGNA DEL GAGLIARDETTO ALLA BRIGATA RESEGA

La comandante Pozzi Tucci delle Ausiliarie dell'VIII Brigata Nera Aldo Resega 
sfila con le sue ragazze.


DISCORSO DI MUSSOLINI AGLI UFFICIALI DELLA “RESEGA”
14 NOVEMBRE 1944
Rivedo con gioia i volti di camerati che mi furono familiari nei tempi della vigilia quando come oggi avevamo di fronte un mondo che attraverso dure battaglie e cruenti sacrifici fu sgominato. Anche allora tutto e tutti, dai più rossi ai più neri erano contro di noi, e la nostra causa appariva condannata. Se trionfò, ciò significa che portava in sé le ragioni del suo sorgere e della sua affermazione. Rivedo dei camerati che nonostante il passare degli anni e i molti tradimenti dell’estate infausta, sono rimasti fedeli alla bandiera e tali in ogni evento intendono rimanere. La vostra Brigata Nera si intitola al nome intemerato di Resega, un combattente valoroso, un cuore generoso, un cittadino esemplare che consacrò col sangue la sua fede. Si può dire di lui che veniva dal popolo, poiché i sicari che al soldo  del nemico lo spensero erano fuori della comunità popolare. Tutti voi, dal capo all’ ultimo gregario, siete strettamente impegnati a un contegno irreprensibile secondo la legge formale e il costume fascista perché niente possa offuscare il nome e la memoria di questo soldato della Patria e del Fascismo. Dai rapporti che mi sono giunti traggo la conclusione che la vostra Brigata si compone di solidi e coraggiosi camerati nei quali il “combattimento” è una seconda natura e l’ amore per l’Italia un dato fondamentale delle anime. La struttura militare data al partito nel Giugno scorso è in perfetta relazione con i compiti del partito stesso nell’attuale periodo della storia nazionale che è dominato dal fatto guerra, in relazione col nero, inqualificabile, obbrobrioso tradimento dell’8 Settembre. Quale pace è stata data al popolo con la resa a discrezione?.  Quale pace, se il 13 Ottobre fu dichiarata la guerra agli alleati di ieri e se oggi si pensa di dichiararla al Giappone, e di aggiungere quindi alla guerra che si è svolta e si svolge in Italia un’altra, nelle lontane distese del Pacifico dove i marinai italiani dovrebbero morire per le plutocrazie anglosassoni o per saldare il debito di riconoscenza verso l’ America per i suoi recenti e troppo stamburati “aiuti” di natura puramente elettorale, vera goccia nell’arido deserto della miseria e della disperazione italiana? Nella riunione di Verona, Il Partito Fascista Repubblicano fissò i suoi postulati. Se le vicende della guerra hanno ritardato l’ applicazione di alcuni di essi, ciò non significa che siano cambiati. Nei momenti di alta tensione morale e politica bisogna che le parole d’ ordine siano poche ed estremamente chiare. A chi domanda ancora:” che cosa volete? “ rispondiamo con tre parole nelle quali si riassume il nostro programma. Eccole “Italia, Repubblica, Socializzazione”. Italia, per noi nemici del patriottismo generico, concordatario e in fondo alibista, quindi inclinante al compromesso e forse alla defezione, Italia significa onore e onore significa fede alla parola data – indispensabile titolo di reputazione così per gli individui come per i popoli – e la fede alla parola data significa collaborazione con l’alleato, nel lavoro e nel combattimento. Ognuno ricordi – sull’esempio della storia – che i traditori,  sia nella politica come nella guerra, sono utilizzati ma disprezzati. Ora è proprio in questo momento nel quale la Germania è impegnata in una lotta suprema e ottanta milioni di tedeschi stanno diventando ottanta milioni di soldati, tesi in uno sforzo di resistenza che ha del sovrumano, è proprio in questo momento nel quale i nemici anticipano – nelle speranze e nelle illusioni – una vittoria che essi non raggiungeranno, perché la Germania non capitolerà mai, perché capitolare per la Germania avrebbe politicamente, moralmente, anche fisicamente ”morire”, è in questo momento che noi riaffermiamo la nostra piena, totale solidarietà colla Germania nazionalsocialista che è la Germania combattente con un coraggio e una virtù che potrebbe dirsi “romana” e che strappa riconoscimenti di ammirazione anche a quei nemici che non siano completamente accecati e abbruttiti dall’odio. Ciò sia ben chiaro a tutti. Questo è l’atteggiamento inflessibile dell’Italia repubblicana. La serie dei tradimenti nei quali i Savoia, da Carlo Alberto a Vittorio Emanuele III, si squalificarono, è finita con la caduta della monarchia. La nostra Italia è repubblicana. Esiste al nord dell’Appennino la Repubblica Sociale Italiana. E questa repubblica sarà difesa a palmo a palmo, sino all’ultima provincia, sino all’ ultimo villaggio, sino all’ultimo casolare. Quali si siano le vicende della guerra sul nostro territorio, l’idea della Repubblica fondata dal Fascismo, è ormai entrata nello spirito e nel costume del popolo. La terza parola del programma, socializzazione, non può essere considerata che la conseguenza delle prime due: Italia e Repubblica. La socializzazione altro non è che se non la realizzazione italiana, umana, nostra, effettuabile del socialismo, dico “nostra” in quanto fa del lavoro il soggetto unico
Dell’economia, ma respinge le meccaniche livellazioni inesistenti nella natura impossibili nella storia. Tutti coloro che hanno l’animo sgombero da previsioni e da faziosi settarismi possono riconoscersi nel trinomio: Italia, Repubblica, Socializzazione. Con quanto noi intendiamo evocare sulla scena politica gli elementi migliori del nostro popolo lavoratore. La capitolazione del Settembre segna la liquidazione ontosa della borghesia considerata globalmente come classe dirigente. Lo spettacolo da essa offerto è stato scandaloso. Si sono avuti incredibili fenomeni di abbiezione, manifestazioni sordide di egoismo asociale e anazionale. Come sempre sono appena meritevole di compassione e, secondo i casi, di disprezzo coloro che adeguano i loro sentimenti e le loro opinioni in vista degli sviluppi della guerra. Gli alti e bassi negli stati d’animo di molta gente, prescindono dall’esame positivo della situazione, la quale per essere complessa e universale, non può essere giudicata in base alle impressioni del momento provocate spesso dalla assorbente propaganda nemica. Non solo la Germania non capitolerà mai, perché non può capitolare, dato che i nemici si propongono di annientarla e come stato e come razza, ma ha ancora molte frecce nel suo arco, oltre a quella che può chiamarsi: unanime decisione, ferrea volontà del suo popolo. I nemici hanno fretta e lo dichiarano. Noi conosciamo i nostri dolori e sono molti, ma vi è qualcuno così volutamente ingenuo da credere che in Inghilterra, in Russia e anche negli Stati Uniti tutto proceda nel migliore dei modi? E voi ritenete che in Inghilterra in Russia e anche negli Stati Uniti tutto proceda nel migliore ei modi? E voi ritenete che in Inghilterra non vi sia un gruppo abbastanza numeroso di persone intelligenti che si domandano valeva la pena di scendere in campo contro il cosidetto imperialismo tedesco – di perdere centinaia di migliaia di uomini oltre a tutte le posizioni dell’Estremo Oriente – per provocare l’affermazione di un imperialismo slavo che ha già nel suo pugno tutta l’Europa dalla Vistola in là, dal Baltico e -  nota assai dolente per Londra – al Mediterraneo?. E non si odono già le voci proclamanti che l’altezzosa e assurda formula di Casablanca della “resa senza condizioni” va riveduta, se non si vuole che ciò significhi l’ulteriore sacrificio di milioni di vite umane? Poiché il più grande massacro di tutti i tempi ha un nome: democrazia, sotto la quale parola si nasconde la voracità del capitalismo giudaico che vuole realizzare attraverso la strage degli uomini e la catastrofe della civiltà cristiana lo scientifico sfruttamento del mondo. Realizzare nel proprio spirito queste virtù significa rendersi conto che ad un certo momento gli eventi prenderanno un’altra direzione e che gli sviluppi futuri della guerra – nel quale la scienza avrà una parte di importanza suprema – strozzeranno nella gola dei nemici i troppo anticipati inni di vittoria. A questa fase della guerra noi intendiamo di partecipare: eliminando i complici del nemico all’ interno e chiamando attorno a noi quanti italiani accettano il nostro trinomio programmatico. Qualunque cosa accada noi non defletteremo di una sola linea, dal programma che oggi, parlando a voi, o camerati, della Brigata Nera – espressione ed onore del Fascismo Primogenito – ho voluto illustrare. Inutilmente – sotto la protezione delle baionette straniere e mercenarie – gli uomini della resa a discrezione, cioè dell’infamia e della codardia, si accaniscono nella persecuzione dei fascisti e del Fascismo. Essi non fanno altro che documentare la insopprimibile continuità. Ben essi partiti sono artificiosamente cementati da un vincolo solo negativo. La persecuzione epuratrice ed iconoclastica del Fascismo. Questo fanno perché sentono che il presunto morto è ancora vivo; che è ancora nell’aria che essi respirano: nelle cose che essi incontrano ad ogni passo, negli insopprimibili segni materiali e spirituali che esso dovunque ha lasciato. Nessuna forza umana può cancellare nella storia ciò che nella storia è entrato come una realtà di fede. All’ ombra dei gagliardetti neri sono caduti in un ventennio in pace e in guerra, in Italia, in Europa, in Africa, a decine di migliaia i fascisti, il fiore della razza italiana. Espressione eroica del Fascismo, essi ne costituiscono la testimonianza e la salvaguardia  imperitura. Portare ai camerati milanesi, insieme col mio saluto, la eco della mia certezza nella conclusione vittoriosa per l’ Italia e per l’Europa di questo colossale urto di civiltà che prende nome dal Fascismo.



La vedova di Aldo Resega consegna il gagliardetto al comandante Vincenzo Costa

I CADUTI DELLA B.N. "RESEGA"