martedì 26 gennaio 2010

Aldo Resega partecipò alla prima guerra mondiale come ufficiale di fanteria degli Arditi. Entrò nel PNF come squadrista volontario. Nel 1936 prese parte alla guerra d'Etiopia come comandante di una compagnia di Arditi della divisione Tevere.
Durante la seconda guerra mondiale partecipò alle operazioni sul fronte greco-albanese, in Croazia e in Dalmazia, nonché sul fronte occidentale.
Invalido di guerra e cinque volte decorato al valore militare il 5 giugno 1943 fu nominato ispettore federale del PNF a Milano e, dopo la caduta di Mussolini, a metà Settembre 1943 costituì la sezione milanese del Partito Fascista Repubblicano divenendone il federale
Aldo Resega nei tre mesi in cui fu capo del fascismo milanese si impegnò per mantenere uno stato di relativa normalità nella popolazione cittadina. Quando il 7 novembre i partigiani misero in atto una serie di attentati contro obiettivi fascisti intervenne da una parte presso il comando tedesco per impedire la rappresaglia che stava per esser compiuta.
Resega fu ucciso da un commando dei Gruppi di Azione Patriottica la mattina del 18 dicembre 1943.
Con il nome di Aldo Resega fu poi chiamata una Brigata Nera mobile, che durante la guerra pubblicò anche un settimanale.


L'UCCISIONE DI ALDO RESEGA
La lunga serie di uccisioni in qui giorni di fascisti ad opera dei GAP portò all'esasperazione il fascismo milanese: ma la rappresaglia non veniva mai attuata perchè Aldo Resega capiva fin troppo bene che quello, solo quello, era il vero obiettivo dei comunisti. La direzione del PCI diede allora l'ordine di uccidere il federale di Milano. Sopprimere Resega non significava soltanto offrire una clamorosa manifestazione di quanto potessero i terroristi comunisti, ma anche scatenare, come già a Ferrara e a Firenze, gli estremisti del fascismo repubblicano. Resega venne ucciso la mattina del 18 dicembre, mentre, uscito dalla sua abitazione in via Bronzetti, stava per salire sul tram che doveva portarlo in centro. A guerra finita, apparve sull'Unità del 25 aprile 1948 il racconto di uno dei due gappisti che avevano partecipato all'eliminazione. Eccone il testo:
«La mattina del 17 dicembre 1943, secondo gli ordini ricevuti, ci siamo recati sul posto. Due di noi hanno preso il tram, altri due la bicicletta. Con loro c'era la ragazza che doveva indicarci l'uomo. Anche lei era in bicicletta. A una fermata del tram l'abbiamo vista, ferma con i nostri due compagni; lei non poteva vedere noi. C'era molta nebbia e faceva molto freddo. Ma quella mattina lui non è comparso. Lo abbiamo aspettato fino alle 9, come ci era stato ordinato, poi ce ne siamo andati. Noi non sapevamo ancora di chi si trattasse, sapevamo solo che era un'azione molto importante. La mattina dopo siamo ritornati sul posto, io e "Barbison" in tram, gli altri due in bicicletta con la ragazza.
«Siamo scesi dal tram a Porta Vittoria, e alle 7,30 eravamo sul posto. L'uomo doveva uscire da un portone di via Bronzetti per andare a prendere il tram. Davanti al portone la ragazza e il nostro comandante si sono messi a chiacchierare: quando l'uomo usciva, dovevano fare come se si salutassero, e dividersi. Io e "Barbison" ci mettemmo dietro l'edicola che c'è di faccia al Verziere: lui doveva attraversare la strada davanti a noi. Il quarto compagno stava sull'angolo di corso XXII Marzo, di copertura. lo e "Barbison" abbiamo comperato anche un giornale. lo ho comprato il Corriere, però non leggevo: primo perchè guardavo il portone, secondo perchè non avrei visto nemmeno i titoli più grossi. Pensavo solo all'azione che dovevamo fare.
«A poca distanza da noi era fermo un tipo. Io e " Barbison " abbiamo avuto lo stesso pensiero: che fosse un poliziotto in borghese. Il comandante e il compagno di copertura avevano lasciato le loro biciclette vicino all'edicola, appoggiate al marciapiede col pedale; dovevano servire a me e a " Barbison " per la ritirata. Siamo rimasti molto tempo ad aspettare. Alle 8,25 un signore è uscito dal portone. La ragazza ha dato la mano al compagno, che si è tolto il cappello: abbiamo capito che era lui. Mi sono sentito come scattare sull'attenti. Sempre con il giornale in mano ci siamo staccati dall'edicola." Barbison" aveva la rivoltella sotto il giornale, io ce l'avevo in tasca.
«Il signore si stava infilando i guanti attraversando la strada. Noi siamo scesi dal marciapiede e in pochi passi gli abbiamo tagliato la strada, ci siamo posti uno alla sua destra e l'altro alla sua sinistra. Aveva finito di infilare un guanto e cominciava a infilare l'altro, quando è giunto sull'angolo del corso. Noi eravamo a un passo da lui. Abbiamo sparato quattro colpi ciascuno; è caduto con le mani in avanti. Un attimo prima di sparare ho dato ancora un’occhiata al tipo che mi era sembrato un poliziotto, ma non si era mosso di un passo. Con due salti siamo stati in sella. La giornalaia ha poi detto che avevamo rubato due biciclette per scappare. Abbiamo pedalato in fretta per un mezzo chilometro. Poi non ce n'era più bisogno, però non abbiamo rallentato molto. Poco dopo le nove eravamo a casa del comandante. Lui e l'altro compagno di copertura erano rimasti qualche minuto a vedere come si mettevano le cose, ma non avevano certo aspettato che arrivasse la polizia. Alle dieci abbiamo saputo il nome del fascista ucciso: era Aldo Resega, il federale dei repubblichini di Milano. Allora ci siamo abbracciati quasi piangendo. L'azione era andata perfettamente».
L'uccisione di Resega, come i comunisti avevano esattamente previsto, scatenò anche il fascismo Milanese. La metropoli si riempì di uomini in armi che gridavano vendetta. Quella sera stessa un tribunale straordinario condannò a morte: il dottor Carlo Mendel, Carmine Campolongo, Fedele Cerini, l'ingegner Giovanni Cervi, Luciano Gaban, Alberto Maddalena, Antonio Maugeri, Amedeo Rossini e Giuseppe Ottolenghi già da tempo detenuti a San Vittore per attività antifascista.
I condannati, tutti assolutamente estranei all'uccisione di Resega, vennero passati per le armi la mattina dopo all'Arena.
L'uccisione di Resega e la conseguente rappresaglia costituirono per il PCI un ulteriore, decisivo passo avanti verso lo scatenamento della guerra civile. Ormai era chiaro che il piano ideato dai capi comunisti stava ottenendo pieno successo e che una sola legge avrebbe imperato da allora in poi nel territorio della RSI: quella della giungla. E in quella atmosfera avvelenata, il grande piano di riforme delineato da Mussolini non avrebbe potuto trovare più la sua completa attuazione. A sostenere l'azione dei GAP si aggiunse, in quei giorni, la Propaganda delle radio italiane controllate dagli angloamericani e specie quella di Radio Bari. L'emittente pugliese cominciò a diramare ogni giorno elenchi di fascisti, indicando, di ognuno, le abitudini, gli orari e concludendo ogni trasmissione con questo incitamento: «Uccideteli, colpiteli alle spalle, massacrateli».
La seconda quindicina di dicembre fu segnata da una serie quasi ininterrotta di uccisioni. Il 15 dicembre, ad Alessandria, i gappisti eliminarono il colonnello Salvatore Ruggero, comandante del deposito del 370 fanteria, dilaniandolo con due bombe a mano. Lo stesso giorno, a Ponzone Trivero (Vercelli), venne trucidato il segretario del fascio, Bruno Ponzecchi. Il 18, ad Ornavasso (Novara), vennero massacrati sotto gli occhi dei familiari il milite Fernando Ravani e il mutilato Augusto Cristina. Il 19, a Vicenza, tre pallottole fulminarono alle spalle il fascista Edoardo Pavin. Sempre il 19, a Seregno (Milano), toccò al capitano della GNR Antonio Giussani. Il 20, a Erba (Corno), fu la volta del fascista Germano Frigerio. Il 21 dicembre, a Castino (Cuneo), vennero trucidati il maggiore dei carabinieri Mario Testa, il capitano Antonio Corvaia, il maresciallo Sergio Gatti e il milite Andrea Torelli. Nessuna rappresaglia venne eseguita per vendicare questi caduti.


La 4^ Brigata Nera Mobile “Aldo Resega”, venne formata a Milano nell’ottobre del ’44 quale reparto operativo dell’omonima VIII B.N. territoriale. La mobile venne immediatamente inviata con compiti di presidio e di pattugliamento all'imbocco delle Valli Maira e Varaita, incarico certo non semplice data la presenza in provincia di Cuneo delle ben organizzate formazioni partigiane di Moscatelli.
La Brigata, della forza di circa 700 uomini, era strutturata su tre compagnie più quella Comando. La 1^compagnia fu di stanza a Bernezzo, la 2^ con quella Comando a Dronero, ed infine la 3^ a Cavallermaggiore, con un grosso presidio a San Damiano Macra.
E’ più che probabile che solo pochi squadristi fossero effettivi presso la Mobile, e che la maggior parte degli appartenenti (in prevalenza della provincia di Milano) provenissero invece direttamente dalla VIII BN, alla quale, terminati i cicli operativi, vi facevano ritorno. La 4^ dipendeva operativamente dalla Divisione Granatieri “Littorio” dell’ENR, con ciò rimarcando lo spiccata funzione militare e non “politica” della formazione. La Brigata fino al 25 aprile ’45 ebbe 18 Caduti, comprendendo in tal numero anche i 5 squadristi periti nel corso di una imboscata avvenuta nei pressi di Santhià (sul ponte che attraversa il torrente Rovasenda) il giorno 29 dicembre ’44. Il numero di Caduti crebbe esponenzialmente dopo la fine del conflitto, ed anche la Mobile dovette, al pari di altre simili formazioni, pagare con un altissimo contributo di sangue, l’avere scelto la strada dell’Onore. Gli squadristi del Presidio di San Damiano vennero tutti eliminati. Il grosso del reparto riuscì invece a raggiungere la “Zona Franca” d’Ivrea e passare così in prigionia di guerra angloamericana.


La vedova di Aldo Resega consegna il gabliardetto al comandante Vincenzo Costa

L' ULTIMA LETTERA DI GUIDO MARI DELLA BRIGATA "RESEGA" PRIMA DI ESSERE UCCISO
GUIDO MARI di Milano è studente universitario quando nel '44 viene chiamato alle armi. E’ assegnato alla Brigata “Resega” e fa il suo dovere di combattente disciplinato e fedele. Nell'aprile del '45 si trova col suo reparto a Milano. Il giorno 25 fa parte della colonna che, al comando del Ten. Col. Gimelli raggiunge il presidio di Legnano che non dà più notizia di sé. Dopo inutili tentativi di entrare in città, nello stesso giorno il comandante decide di sospendere la lotta e di tornare a Milano con la colonna che ha avuto morti e feriti. A Nerviano la colonna viene bloccata dai partigiani. Dopo vani sforzi per aprirsi la via, il comandante ordina di cessare il fuoco e si presenta ai partigiani per la resa. Questa viene accettata, le armi sono deposte. Al mattino tutti i componenti del reparto sono incolonnati e condotti a Parabiago, dove vengono “custoditi” fino al 29. Alle ore 9 di tal giorno arriva una squadra di partigiani al comando di “Garibaldi”, il quale ordina agli ufficiali di seguirlo. Gli ufficiali sono: Ten. Col. Gimelli Ferdinando, cap.no Sala Osvaldo, un tenente, i sottotenenti Campioni Fernando e Gimelli Adriano, quest'ultimo figlio del comandante. Due militi, Cappelli e Guido Mari, o perché non riflettono sulla sorte a cui si espongono, o per innato sentimento di fedeltà, seguono i cinque ufficiali. Vengono tutti portati a Nerviano davanti a un tribunale del popolo. Dopo contrasti e proteste dei componenti del tribunale e dello stesso presidente, l'allora sindaco di Nerviano, le pressioni e gli espedienti di “Garibaldi” fanno sì che tutti sono condannati a morte. Portati davanti alle mura del cimitero, una folla vi si raccoglie ed osserva i condannati che si confessano serenamente dal parroco del luogo accorso in fretta. Dopo la confessione, i condannati consegnano al sacerdote oggetti personali e affidano i saluti per le loro famiglie. All'ultimo istante avviene un fatto che merita rilievo, perché dimostra che anche nelle orrende carneficine della primavera del '45 talvolta brilla una luce nelle stesse folle troppo simili, spesso, a quella che gridò il crucifige nella Passione. Alla folla disposta a semicerchio davanti ai condannati, il Ten. Col. Gimelli si rivolge e chiede grazia per il proprio figlio. Un mormorio di consenso si leva e lo stesso “Garibaldi” è costretto a sottrarre il sottotenente Adriano. Allora si leva un'altra voce: - Graziate il più giovane! - E la voce è seguita da molte altre che imperiosamente costringono “Garibaldi” a sottrarre il più giovane della schiera, che risulta essere uno dei due militi che avevano voluto accompagnare i loro ufficiali. L'altro milite è Guido Mari, il quale, pur avendo fatto presente ch'egli è semplice soldato e non ufficiale, non trova grazia. La sua straordinaria fedeltà gli è costata la vita.
Al sacerdote che l'ha assistito ha consegnato questa lettera:

Miei cari,
muoio senza rimpianti, perché so di avere la coscienza pulita e so di avere compiuto il mio dovere verso la Patria.
Mai come ora sento di amarvi e vi sento vicini. Non piangete troppo su di me e ricordatemi sempre nelle vostre preghiere.
So di aver sempre fatto il mio dovere di figlio e di avervi sempre amato con tutto me stesso, anche se forse non ve l'ho saputo sempre dimostrare.
Perdonatemi se qualche dolore vi ho dato. Iddio vi protegga e vi dia la forza di sopportare questo grande dolore.
Che il mio sangue frutti almeno qualcosa di buono per l'Italia che tanto ho amato Vi abbraccio e vi bacio forte forte.
Guido